La linea invisibile del Patriarcato

Poco tempo fa mi è capitato di leggere il post di Michela Murgia che, dopo l’uscita del suo libro “Istruzioni per diventare fascisti”, analizzava attraverso un post su Facebook quella linea invisibile che lega l’omertà, come profondo codice non scritto della cultura mafiosa, al patriarcato.

“Nascere maschi in un sistema patriarcale e maschilista è un po’ come essere figli maschi di un boss mafioso. Non sai nemmeno cosa sia la mafia, ma da quel momento tutto quello che mangerai, berrai, vestirai verrà dall’attività mafiosa”

Sulla base di un confronto generico paragonava quello che in fondo appartiene al mondo mafioso alla logica alla base del patriarcato: il silenzio assenso – o ha senso.
Il polverone generato dalle sue parole, tra l’altro a mio avviso ingiustificato, è stato innanzitutto cavalcato dal Ministro dell’interno che, come accade sempre, dà in pasto ai suoi followers le parole della Murgia con un’introduzione superficiale, piena di livore e pressapochismo.

Partiamo dalla struttura di base, tentando di definire la logica del patriarcato che, e non dovrebbe essere un’informazione che viene appresa solo ora, è sempre esistito e continua ad esistere all’interno della società umana.
Il Patriarcato può essere inteso secondo due linee fondamentali: da una parte l’organizzazione verticistica della famiglia, dove l’unico a detenere il “comando” è il padre, primo e più anziano maschio, e non a caso questo “potere” viene trasferito in via generazionale sempre secondo la linea maschile, dall’altra parte il Patriarcato può essere inteso, estendendo i confini dell’analisi all’intera società, come l’organizzazione sociale basata sul “potere” (a volte celato) degli uomini, in cui si sviluppa una determinata comunità, per estensione, e considerando il passaggio alla modernità, viene ad essere considerata la società tutta.

Negare che la società sia fondamentalmente strutturata su questa organizzazione, significa non solo non riuscire ad analizzare gli spazi sociali in cui viviamo ma celare gran parte della storia organizzativa delle società umane.

Per esempio, basta guardare alla vita delle nostre nonne (perché forse, ma non completamente, già a partire dalla generazione dei nostri genitori qualcosa si è mosso nella direzione di una maggiore indipendenza femminile) per comprendere perfettamente l’organizzazione della società, che di rimando era lo specchio attraverso cui l’organizzazione familiare influenzava l’intera società. In quel contesto storico alle donne spettava il lavoro domestico, come una legge non scritta (e probabilmente più legata alle logiche tradizionali) a cui ogni donna doveva adeguarsi: prendersi cura della casa, dei bambini, dei malati, del maschio che tornava a casa da lavoro. Questo viene a definirsi come lavoro di riproduzione (ma non solo questo) – riproduzione ovviamente intesa come capacità di “tenere in salute e quindi curare” (anche attraverso il semplice lavoro di cucina) l’intera famiglia ed in particolare il maschio di casa “lavoratore”. Questa struttura, non troppo antica, non faceva altro che disegnare completamente anche l’immaginario generale, non solo familiare ma anche della società tutta considerando che ogni famiglia era strettamente connessa alle altre, creando così una struttura universale dove alle donne spettavano dei compiti che andavano al di là della loro volontà individuale.

I movimenti di protesta che poi si sono sviluppati nel mondo e lungo i periodi storici di riferimento, hanno proprio evidenziato queste caratteristiche della struttura della società, sottolineando quanto questa struttura estrema abbia poi influenzato profondamente anche la percezione, i ruoli (intesi come comportamenti attesi), il senso comune nella vita quotidiana; questi stessi movimenti, molti anche moderni, hanno rivendicato per sé non solo una profonda trasformazione della società, culturale, sociale ed economica ma anche una maggiore considerazione salariale per le donne (le quali non percepiscono un salario per quello che è a tutti gli effetti un lavoro – celato dal capitalismo). Il femminicidio, del resto, è l’omicidio di donne che hanno cercato di svincolarsi da quel modo di fare – e di pensare – strettamente legato al patriarcato, da parte di uomini che volontariamente si riferivano, nella vita quotidiana, a quell’insieme di idee e di strutture mentali che consideravano l’uomo come antropologicamente e socialmente superiore.

Proprio per quest’ordine di motivi, il patriarcato che ho superficialmente analizzato qui in stretta connessione alla vicenda Michela Murgia, non può essere scollegato, nella pratica e nella teoria, dall’analisi della “razza” e del “genere”. Secondo una linea generale, un razzista è anche un maschilista ed un omofobo e probabilmente come diceva Fanon, ricordando le parole di Césaire, è anche un antisemita.

 

Cibal

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