L’intolleranza come pratica: la trasformazione profonda della società

L’esigenza di fondo

Ho scelto volontariamente di analizzare la situazione culturale della nazione in cui vivo a partire dai post, e dai commenti, del ministro dell’interno Matteo Salvini.

Gli argomenti sono tanti, così come gli spunti di riflessione ma resta chiara ed evidente la struttura di completa intransigenza verso i diritti fondamentali delle persone, in stretta connessione al genere ed alla razza.
Quello che emerge è un consenso basato essenzialmente sul rifiuto dell’opposizione (intesa in questo caso non come fazione politica ma come schiera di individui che sono per l’integrazione e per i diritti fondamentali al di là dell’appartenenza dei soggetti ad una data nazione). A questa si aggiunge una critica feroce supportata dalle immagini e dalle descrizioni superficiali (considerando che il 90 per cento del popolo di Facebook si limita alla lettura del titolo e dell’introduzione di chi crea il post – per Twitter invece è ancora diverso perché il limite dei caratteri spinge chi crea il post ad essere ancora più grossolano nell’introduzione al post).
Per fare questo “lavoro” inserirò anche delle immagini dei post in questione, e dei relativi commenti, cercando di costruire una struttura di riferimento per un’analisi generale della struttura culturale, in questo periodo storico, di questa nazione.
Innanzitutto mi preme definire il consenso, non solo dal punto di vista etimologico ma anche sul piano funzionale. Il consenso in questo caso non è solo politico. La sua costruzione abbraccia anche la sfera personale\riservata del ministro (ovviamente anche questa è una vera e propria politica che, di proposito perché generata volontariamente, mira a definirlo come “uomo del popolo”, così vicino alla vita di tutti). A partire da questa premessa si può definire il consenso (non utilizzando il suo significato letterale) come la capacità di un individuo di accrescere il proprio status sulla base del proprio ruolo all’interno di una comunità.

 

La cultura del razzismo: come introdurre i propri elettori al gusto dell’intolleranza

 

Non è la prima volta che mi imbatto nei post dell’attuale ministro dell’interno che esprimono una profonda intolleranza nei confronti dell’Altro generalizzato. Mi sembra ovvio che ci sia una traccia evidente di struttura ripetitiva, e forse solo i suoi elettori non riconoscono questo elemento sempre presente nella retorica dei suoi discorsi e dei suoi post, che genera di rimando la costruzione dell’uomo “normale”. Il continuo riferimento al clandestino, come essere al di là del muro di considerazione e quindi di esistenza, non solo lo definisce a partire dalle sue mancanze ma lo ingabbia in una struttura di etichettamento che difficilmente può essere demolita.

Fanon, per esempio, sottolineava l’importanza delle parole, del linguaggio. Quello che sostiene Fanon è che l’annientamento della cultura indigena, della cultura nera, non deve essere concepito come origine della struttura di dipendenza ma come risultato dell’atteggiamento della cultura dominante. Atteggiamento questo volto ad imprigionare il dominato nella sua gabbia, in altre parole: «Tu, resta dove sei». È attraverso il petit-nègre che il Bianco lo ingabbia in una struttura ontologica senza via di scampo. Del resto il riconoscimento di questa pratica potrebbe tranquillamente estendersi anche quando si parla di genere, non solo di razza.
 Sembra paradossale ma gli strumenti per ingabbiare l’Altro in un pozzo ontologico sono sempre gli stessi, come esemplificato dalle immagini del post di Salvini e di uno dei tanti commenti di chi lo segue e lo sostiene. In questo caso è evidente la volontà di segnare l’Altro, etichettandolo a partire dal suo linguaggio e soprattutto segnare un confine deciso rispetto ad una cultura che si considera “inferiore”.
Proprio per questo motivo credo che la volontà principale, dietro all’idea dei vari post, sia quella di “strutturare” una vera e propria cultura del razzismo. Dichiaratamente voluta, già presente o “costruita”, il risultato è sempre lo stesso: violenza verbale

Un altro elemento è l’assenza totale di riferimenti ad azioni positive dei “senza parte”. Non è una novità ma sono numerosi i casi in cui ad essere dalla parte dei cattivi sono gli ultimi, cioè quelli che, secondo il racconto unidirezionale del ministro, sono “cattivi” a prescindere. La loro cattiveria quindi viene ad essere “costruita” attraverso un racconto dopato in partenza. Ovviamente alcuni riferimenti, alcune notizie hanno una base di verità, solo che nel momento in cui vengono utilizzate non fanno altro che accrescere non solo il consenso di chi le condivide ma anche l’intolleranza espressa nei commenti. Credete che sia un uso nuovo delle notizie? Credete che sia una costruzione “inventata” dai difensori della Patria? Per niente. Proprio questa ciclicità, questo schema a cui si fa sempre riferimento mi preoccupa.

L’odio per gli Ebrei così nacque. Attraverso scritti pieni di livore e pieni di fandonie. (come oggi per i migranti)
In Francia iniziò a diffondersi la notizia (falsa ovviamente) che gli Ebrei avessero avvelenato i pozzi d’acqua causando la diffusione della peste nera (oggi si afferma che i migranti portino le malattie).
Sulla stampa dell’epoca li si dipingeva come reietti, delinquenti, con caratteristiche fisiche lontane dalla “normalità” (oggi i migranti sono dipinti allo stesso modo).
La cosa preoccupante, invece, oggi come allora, è il clima che favorisce la diffusione e la legittimazione delle fandonie.
Un clima nauseabondo che gira più velocemente, senza alcun filtro, tra le classi meno agiate, disponibili subito ad abbracciare il vento discriminatorio.
Era il medioevo, allora, è il medioevo, oggi, nonostante lo sviluppo travolgente della cultura generale degli esseri umani.
Non è nemmeno paragonabile il grado di scolarizzazione rispetto a quell’era eppure ancora oggi si leggono (e si condividono) notizie inventate di sana pianta, spesso sconnesse dal punto di vista grammaticale e logico solo per affermare, cercando e creando consenso ovviamente, che noi siamo i buoni mentre quelli sono i cattivi.

Il Decreto Sicurezza, per esempio, va proprio in quella direzione: creare il fronte comune dell’intolleranza, del rifiuto del “diverso”. Questo meccanismo crea due ordini di risultati: da una parte si allarga il consenso di chi detiene il potere carismatico e dall’altra parte si crea un’omogeneizzazione del bacino elettorale (proprio come, storicamente, è sempre accaduto).

 

Cibal

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